Una Bolivia al di fuori degli stereotipi e della classica immagine tradizionale.
La mia nuova casa,
il mio nuovo cammino,
un nuovo bagaglio pronto per essere riempito.
La mia nuova casa,
il mio nuovo cammino,
un nuovo bagaglio pronto per essere riempito.
Premessa:
dai miei occhi, all’oscuro di tutto quello che sta al di fuori di questa città.
Di tutto un po’.
Lo stato confusionale delle cose,
come la città e come la mia mente nei primi giorni qui,
inebriata da questa nuova realtà.
dai miei occhi, all’oscuro di tutto quello che sta al di fuori di questa città.
Di tutto un po’.
Lo stato confusionale delle cose,
come la città e come la mia mente nei primi giorni qui,
inebriata da questa nuova realtà.
Quando si pensa alla Bolivia nella mente scorrono veloci alcune immagini: lama, tessuti colorati, donne cholita in abito caratteristico, montagne, zampogne, bambini sorridenti che indossano il tipico cappello a bombetta, e ti aspetti una invasione di colori tutta intorno a te.
Ma esiste un’altra parte della Bolivia, completamente al di fuori dei classici stereotipi della regione. Clima tropicale, palme, polvere e vento costante, frutta tropicale, gente “provinciale” e cosmopolita, gente povera, strade orrende con negozi fighi all’occidentale.
Questa è Santa Cruz.
Ma esiste un’altra parte della Bolivia, completamente al di fuori dei classici stereotipi della regione. Clima tropicale, palme, polvere e vento costante, frutta tropicale, gente “provinciale” e cosmopolita, gente povera, strade orrende con negozi fighi all’occidentale.
Questa è Santa Cruz.
La città più importante della Bolivia sotto il profilo economico.
Due righe del passato, per capire il presente.
Fondata nel 1561 da uno spagnolo, Santa Cruz de la Sierra raggiunse la sua prosperità nel corso degli anni ’50 del XIX secolo, quando le sue vie si aprirono ad un fiorente commercio verso est. Nonostante la sua prosperosa attività agricola, rimase per diversi secoli nell’ombra dei giacimenti minerari delle regioni andine.
Al giorno d’oggi è la città più popolosa di tutta la Bolivia, con circa due milioni di abitanti. E’ il centro economico più ricco dell’intera nazione, dove tendenze conservatrici e liberali si incontrano e si scontrano.
E’ molto palpabile il carattere “provinciale” della popolazione, e la richiesta di indipendenza dall’intera nazione si manifesta sempre in ogni sua forma.
Questa è Santa Cruz, l’Altra Bolivia che esiste, e che vive.
La città latina dalle mille sfaccettature occidentali - prime impressioni
Tra le vie della città il traffico è palpabile: ci si trova in mezzo al caos.
I micros – tipici autobus cittadino, scassati e polverosi – sono uno in fila all’altro, e presi dalla frenesia dell’attimo si animano a colpi di clacson .
Il suono ti entra dentro: clacson su clacson. Tutti suonano. Per qualsiasi cosa. Anche quando il semaforo è rosso. E te sei li, magari dentro al micro che ti chiedi ogni secondo che succede intorno a te, come mai il micro corre all’impazzata e improvvisamente inchioda, sbattendo da ogni parte. Guardi dal finestrino, le tue orecchie sono sempre invase dal suono di mille clacson, e ti accorgi che il micro e la macchina accanto a te si vogliono sorpassare a vicenda. Come se fosse una gara. E te stai li, ti guardi intorno e pensi “che fretta c’è, la strada è questa, che bisogno c’è di suonare all’impazzata contro tutti, quando di qui non ti puoi muovere diversamente”.
Già dalla seconda settimana non ci fai più caso, ti è entrato dentro, inizia a far parte di te. Non ti giri più di scatto fuori dal finestrino per vedere che succede, come mai suonano, e non ti meravigli più del SUV che tenta ad ogni costo di sorpassare.
E’ la nuova vita che inizia a scorrerti dentro. Anche da questo.
La città è sviluppata ad anelli - anillos - e all'interno di questi e’ formata da tanti piccoli isolati: tanti quadratini dove negozi si alternano a internet point e “ristorantini” familiari, dove per le strade in fila trovi HUMMER e jeep tutte scassate, Jeep Wrangler all’ultimo grido e carretti trainati dai cavalli.
La città latina dalle mille sfaccettature occidentali - prime impressioni
Tra le vie della città il traffico è palpabile: ci si trova in mezzo al caos.
I micros – tipici autobus cittadino, scassati e polverosi – sono uno in fila all’altro, e presi dalla frenesia dell’attimo si animano a colpi di clacson .
Il suono ti entra dentro: clacson su clacson. Tutti suonano. Per qualsiasi cosa. Anche quando il semaforo è rosso. E te sei li, magari dentro al micro che ti chiedi ogni secondo che succede intorno a te, come mai il micro corre all’impazzata e improvvisamente inchioda, sbattendo da ogni parte. Guardi dal finestrino, le tue orecchie sono sempre invase dal suono di mille clacson, e ti accorgi che il micro e la macchina accanto a te si vogliono sorpassare a vicenda. Come se fosse una gara. E te stai li, ti guardi intorno e pensi “che fretta c’è, la strada è questa, che bisogno c’è di suonare all’impazzata contro tutti, quando di qui non ti puoi muovere diversamente”.
Già dalla seconda settimana non ci fai più caso, ti è entrato dentro, inizia a far parte di te. Non ti giri più di scatto fuori dal finestrino per vedere che succede, come mai suonano, e non ti meravigli più del SUV che tenta ad ogni costo di sorpassare.
E’ la nuova vita che inizia a scorrerti dentro. Anche da questo.
La città è sviluppata ad anelli - anillos - e all'interno di questi e’ formata da tanti piccoli isolati: tanti quadratini dove negozi si alternano a internet point e “ristorantini” familiari, dove per le strade in fila trovi HUMMER e jeep tutte scassate, Jeep Wrangler all’ultimo grido e carretti trainati dai cavalli.
Per non parlare dell’invasione nelle strade di “strane biciclette” con traino a carico: veri e propri banchetti ambulanti di cibo o bibite.
Ogni strada è a senso unico e tiene al massimo il posto per due macchine una accanto all’altra.
E ad ogni incrocio, il caos si fa sempre più sentire.
Ogni strada è a senso unico e tiene al massimo il posto per due macchine una accanto all’altra.
E ad ogni incrocio, il caos si fa sempre più sentire.
Camminando tra una quadra e l’altra puoi trovarti in mezzo al tutto o al niente, subito dietro l’angolo. La sporcizia invade le strade, tutte, anche quelle più lussuose, dove le profumerie all’occidentale si alternano ai negozi di marche costose, con guardie all’entrata. Nonostante l’orario di apertura le porte di questi negozi sono chiuse con diversi giri di chiave: decidono loro chi può entrare e chi no.
Cammini tra le strade guardando le vetrine evitando “strane pozzanghere” e rumenta in mezzo ai marciapiedi; giri l’angolo e tra i piedi ti ritrovi bambini sporchi e affamati vestiti in tipico vestito boliviano/andino che ti vendono qualsiasi oggetto possibile e immaginabile. Oppure ti ritrovi vere e proprie file di madri con bambini a seguito, completamente accampate sui marciapiedi che chiedono l’elemosina.
Qui si può mangiare nei tanti locali all’internazionale, dove si può respirare “aria di casa” e in locali dove invece respiri l’odore di vite: pranzi corposi e speziati, sudore, limonata con veri limoni, spazzatura, ma anche familiarità, musica camba a palla, e il rumore insistente delle pale dei ventilatori sopra alla tua testa.
L’altra cosa che fin da subito mi ha impressionato sono i mercati: indescrivibili con semplici parole. Esistono differenti mercati. Mi piace distinguerli tra mercati veri e mercati carini. Due cose completamente diverse.
Il mercato in generale non è come il solito nostro mercato con le classiche bancarelle tutte in fila, semi-ordinate e pulite: tutto il contrario. Il mercato vero è composto da un accumulo di bancarelle, una incollata all’altra, dove le cose sono tutte ammucchiate. Una vera invasione di cose. Ti giri da tutte le parti ed entri in un vero e proprio stato di confusione. Ti gira la testa da quante cose ci sono intorno a te. E ti senti soffocare: dai forti odori, dal calore dei tendoni e dalle cose stesse. Tra una bancarella e l’altra lo spazio di passaggio è veramente minimo. Due persone al massimo. Cerci l’aria e vuoi scappare fuori, dove le bancarelle finiscono. Ma l’invasione degli odori qui è ancora più forte: e nella tua mente passa l’idea di voler tornare tra il forno dei tendoni anzi che stare in mezzo a quella puzza. Ma non è puzza, è l’odore del mercato.
Il mercato carino invece è un po’ diverso. Sono tanti box uno accanto all’altro dentro un grande capannone, suddivisi per categoria di cose in vendita. Ha l’aria familiare del mercato dell’Esquilino a Roma. Si trova la fila “macelleria” dove tutti box vendono carne, poi trovi la fila “verdura”, la fila “frutta”, quella dei vestiti, quella delle cose per la casa, la fila peluqueria e la fila panetteria.
Cammini tra le strade guardando le vetrine evitando “strane pozzanghere” e rumenta in mezzo ai marciapiedi; giri l’angolo e tra i piedi ti ritrovi bambini sporchi e affamati vestiti in tipico vestito boliviano/andino che ti vendono qualsiasi oggetto possibile e immaginabile. Oppure ti ritrovi vere e proprie file di madri con bambini a seguito, completamente accampate sui marciapiedi che chiedono l’elemosina.
Qui si può mangiare nei tanti locali all’internazionale, dove si può respirare “aria di casa” e in locali dove invece respiri l’odore di vite: pranzi corposi e speziati, sudore, limonata con veri limoni, spazzatura, ma anche familiarità, musica camba a palla, e il rumore insistente delle pale dei ventilatori sopra alla tua testa.
L’altra cosa che fin da subito mi ha impressionato sono i mercati: indescrivibili con semplici parole. Esistono differenti mercati. Mi piace distinguerli tra mercati veri e mercati carini. Due cose completamente diverse.
Il mercato in generale non è come il solito nostro mercato con le classiche bancarelle tutte in fila, semi-ordinate e pulite: tutto il contrario. Il mercato vero è composto da un accumulo di bancarelle, una incollata all’altra, dove le cose sono tutte ammucchiate. Una vera invasione di cose. Ti giri da tutte le parti ed entri in un vero e proprio stato di confusione. Ti gira la testa da quante cose ci sono intorno a te. E ti senti soffocare: dai forti odori, dal calore dei tendoni e dalle cose stesse. Tra una bancarella e l’altra lo spazio di passaggio è veramente minimo. Due persone al massimo. Cerci l’aria e vuoi scappare fuori, dove le bancarelle finiscono. Ma l’invasione degli odori qui è ancora più forte: e nella tua mente passa l’idea di voler tornare tra il forno dei tendoni anzi che stare in mezzo a quella puzza. Ma non è puzza, è l’odore del mercato.
Il mercato carino invece è un po’ diverso. Sono tanti box uno accanto all’altro dentro un grande capannone, suddivisi per categoria di cose in vendita. Ha l’aria familiare del mercato dell’Esquilino a Roma. Si trova la fila “macelleria” dove tutti box vendono carne, poi trovi la fila “verdura”, la fila “frutta”, quella dei vestiti, quella delle cose per la casa, la fila peluqueria e la fila panetteria.
Questo è un po' il mondo qui...la mia nuova casa...come si presenta e come la vivo.
Raccontare tutto è impossibile,
però un accenno alle cose che ti sbattono contro forse è possibile.
Spero di avervi reso partecipe un pochino a questa mia nuova Casa.
però un accenno alle cose che ti sbattono contro forse è possibile.
Spero di avervi reso partecipe un pochino a questa mia nuova Casa.
Per un accenno alla via nuova vita, dovrete aspettare ancora un po’!
