CASA
Quattro lettere che racchiudono dentro una immensità di cose.
Persone, Emozioni, Viaggi, Sorrisi, Parole, Palloncini, Aerei, Feste a Sorpresa. Pianti.
Da quasi una settimana ho varcato quegli scalini..che uno dopo l'altro mi hanno portato a riabbracciare la mia famiglia...
a riabbracciarla stretto stretto..in un abbraccio durato secondi come se fossero eterni...
per comunicargli tante cose:
la voglia di rivederli, il bene che gli voglio, la voglia di raccontargli, ma soprattutto la voglia di condividere con loro quella grande emozione che mi porto dentro.
Felicità e Tristezza
Rabbia e Serenità
Amore e Odio
<3
mercoledì 8 dicembre 2010
martedì 16 novembre 2010
...2 settimane...

alla fine, mancano due settimane.
e non riesco ancora a crederci!
non mi rendo conto che la prossima settimana dovro' tirar fuori le valige, togliere la polvere accumulata in tutto questo anno, svuotare l'armadio e "fare le valigie".
e dopo?! -la domanda che tutti, tranne io, si pongono-.
dopo mesi e mesi apro il mio blog, se cosi lo vogliamo chiamare.
e la cosa piu bella e' ritrovare un messaggio a tre mesi dalla possibile partenza. non mi ricordavo assolutamente di averlo scritto.
mi sono commossa nel leggerlo.
la voglia che mi ha fatto aprire El ArcoIris me lha fatta venir Marta, la mia compagna dell'uni (prima), la mia Compagna (ora). con i suoi "Chapter: Adventur in Malawi" :)
ogni volta che li leggo mi fa vedere e rivedere il famoso OBIETTIVO.
Il Mio obiettivo, il Nostro Obiettivo.
Il nostro motto coniato negli anni della specialistica era: MAI PERDERE L'OBIETTIVO.
quello che tenevo da una vita stretto tra i denti; quello per cui ho lottato tanto, e forse ancora lo faccio; quello per cui mi son vista scappare le persone accanto a me; quello per cui mi son sbattuta tanto; quello per cui mi ha fatto arrivare in questa terra caliente lontano da casa; quello per cui mi fa ancora lottare in questo mondo orribile.
forse ci pensero' la prossima settimana, togliendo le mie cose per fare ancora valigie.
valigie.
credo che sia questa la parola adatta a me.
un anno da un lato, un anno da un altro. chissa' allora dove mi ritrovero' l'anno prossimo.
mille volte mi son chiesta che mi spinge. oltre il confine di tutto. oltre i sentimenti. che cerco...
quale' il MIO OBIETTIVO.
quello di una vita, quello prefissato con il passare del tempo.
ma ora che sto qui, in mezzo a questi sorrisi, a queste incazzature, a questa droga, a queste famiglie destrozadas, ai "mis chicos", alla citta', alla routine, e.... mi pongo a pensare.
e non riesco ancora a crederci!
non mi rendo conto che la prossima settimana dovro' tirar fuori le valige, togliere la polvere accumulata in tutto questo anno, svuotare l'armadio e "fare le valigie".
e dopo?! -la domanda che tutti, tranne io, si pongono-.
dopo mesi e mesi apro il mio blog, se cosi lo vogliamo chiamare.
e la cosa piu bella e' ritrovare un messaggio a tre mesi dalla possibile partenza. non mi ricordavo assolutamente di averlo scritto.
mi sono commossa nel leggerlo.
la voglia che mi ha fatto aprire El ArcoIris me lha fatta venir Marta, la mia compagna dell'uni (prima), la mia Compagna (ora). con i suoi "Chapter: Adventur in Malawi" :)
ogni volta che li leggo mi fa vedere e rivedere il famoso OBIETTIVO.
Il Mio obiettivo, il Nostro Obiettivo.
Il nostro motto coniato negli anni della specialistica era: MAI PERDERE L'OBIETTIVO.
quello che tenevo da una vita stretto tra i denti; quello per cui ho lottato tanto, e forse ancora lo faccio; quello per cui mi son vista scappare le persone accanto a me; quello per cui mi son sbattuta tanto; quello per cui mi ha fatto arrivare in questa terra caliente lontano da casa; quello per cui mi fa ancora lottare in questo mondo orribile.
quello per cui darsi forza, per andare avanti, per non perderlo, per non lasciartelo sfuggire.
ne varra' la pena?! ...e' quello che mi sto chiedendo..
due settimane.
ci penso, e non ci penso.
forse ci pensero' la prossima settimana, togliendo le mie cose per fare ancora valigie.
valigie.
credo che sia questa la parola adatta a me.
un anno da un lato, un anno da un altro. chissa' allora dove mi ritrovero' l'anno prossimo.
mille volte mi son chiesta che mi spinge. oltre il confine di tutto. oltre i sentimenti. che cerco...
quale' il MIO OBIETTIVO.
quello di una vita, quello prefissato con il passare del tempo.
ma ora che sto qui, in mezzo a questi sorrisi, a queste incazzature, a questa droga, a queste famiglie destrozadas, ai "mis chicos", alla citta', alla routine, e.... mi pongo a pensare.
..se quell' Obiettivo lo voglio ancora..
o se il mio Obiettivo e' solo il mezzo per farmi arrivare al Vero Grande Obiettivo.
lunedì 26 luglio 2010
...Sin saber como ha venido te ha cogido la tormenta...
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Mancano piu o meno tre mesi alla fine della mia esperienza qui.
Esperienza,
doveva essere questo.
Solo questo.
... e invece no. Si è trasformata in una tormenta di Vita, di allegria, di sentimenti, di passione, di giochi, di divertimento, di amore.
E ora, penso a questi 3 mesi che passeranno più in fretta che mai;
penso a come combattere il tempo per non farlo finire nel più breve possibile.
Esta mi tormenta, por broma y juegos llegò...y por fin se quedò sin dejarme sola.
y ahora, mientre pienso a que hacer, no puedo encontrar una contesta.
pensieri, immagini, emozioni, m travolgono e quasi mi soffocano.
voglio fermarmi, a questa routine,
fatta di sole, vento, arena, sorrisi, emozioni e soprattutto amore.
lunedì 8 febbraio 2010
...seduta ad un Cafè...
Sono qui seduta al mio solito Cafè all'occidentale;
tavolini in granito,
sedie in ferro battuto,
mobili in legno,
fontana nel giardino,
cappuccino.
E penso.
Sono passati quasi tre mesi dal mio arrivo a Santa Cruz.
Milioni di dubbi e pensieri prima di atterrare.
Milioni di attimi già vissuti in questo poco tempo.
E' già ora di rientrare in Italia, per la valutazione del primo periodo di lavoro.
E più ci penso,
e più non riesco a crederci.
Tre mesi.
Sembra passata una eternità,
ma allo stesso tempo sembra ieri che ho messo piede su questa città polverosa.
Sto cercando di far mente locale su tutto...vita, emozioni, lavoro.
Difficile descrivere questa realtà che mi circonda, se non la si vive.
Volevo iniziare un po' a scrivere e descrivere il "lavoro" che fondamentalmente qui faccio.
Ma l'essenzialità si perderebbe tra una parola e l'altra.
Ciò che di questo lavoro non si può descrivere, è l'essenziale.
Le emozioni.
Che si provano, e che si vivono.
La mia "giornata tipo"
Sveglia alle 7.30.
Doccia e colazione.
Micro linea 75 o Trufi 3 anillo ext.,
a due quadre da casa mia.
Salgo, caos:
musica camba a tutto volume,
gente in piedi, una appiccicata all'altra,
un continuo di frenate e parole che echeggiano nell'aria "pare, por favor".
Gente che sale,
e gente che scende.
Arrivo nei dintorni di Patio;
mi scarica a circa una quadra e il mio passo si fa sempre più deciso.
Nella mia mente le solite parole di tutti i giorni: "che giorno sara' oggi? quanti saranno venuti? speriamo che vada tutto bene e che abbia la forza di ridere e scherzare in ogni momento..."
Ridere e scherzare in ogni momento non è facile.
Magari parti a mille, caricata al massimo da una giornata precedente fantastica.
Varchi il cancello, e basta un attimo per farti girare i coglioni a palla, smaterializzando così tutta la tua energia.
E al che, è difficile ridere e scherzare per l'intera giornata!
Varco il cancello, sorrido e saluto allegramente i ragazzi!
Li abbraccio e gli do un bacio sulla guancia.
Sempre se non sono loro a venirti incontro urlando "Hermana" abbracciandoti.
Fa sempre piacere iniziare una giornata lavorativa così!
Entro nella nostra sala, la saletta degli educatori.
Una saletta piccolina, con una scrivania che fa da porta stereo,
un mobile,
un mobiletto con il telefono serrato a chiave,
e i "casilleros", i nostri armadietti.
La giornata lavorativa inizia con il "Buen Dia".
Dieci minuti di charla con i ragazzi: una preghiera e una riflessione per motivarli a sfruttare appieno e positivamente la giornata.
Non sempre funziona.
La giornata generalmente è strutturata in diverse attività.
Si cerca sempre di alternare attivita' lavorative o creative allo sport.
Questo per manterli sempre attivi,
per farli divertire,
ma anche per fargli fare qualche lavoretto!
Non sempre ci si può divertire!
E allora all'attività di mantenimento casa - pitturare porte, mobili, pulizia generale del giardino- si alternano campionati di calcio o tornei di ping pong.
E' difficile smuoverli dalla salta tv per farli alzare e mandarli a lavorare.
Ma dopo due o tre insulti che ti arrivano,
sono gia pronti con pennello in mano e con tanta voglia di fare.
E li il divertimento inizia.
Si lavora, è vero.
Pero' con musica a palla, charla e risate alla fine diventa un momento ideale di scambio reciproco.
Ed è li che mi impegno con tutta me stessa e mi lascio trasportare dall'atmosfera.
L'ultima volta mi sono ritrovata tutta la faccia pitturata di azzurro. :D
Stavamo cartavetrando le porte blu.
Polvere azzurra tra le mani che dopo un secondo e mezzo te la ritrovi spiaccicata in viso.
E non va via.
E te sei li, che lavori e i ragazzi che ridono e corrono da una parte all'altra, facendo a gara a chi pittura per primo l'hermano o l'hermana.
Questo è lo spirito giusto,
lavorare e giocare!
Dopo diverse attività mattutine, arriva l'ora critica del pranzo.
L'almuerzo.
La definisco l'ora critica, perchè durante il pranzo può accadere di tutto.
E ti aspetti di tutto ogni giorno che passa.
Non ti meravigli più di niente.
E se un giorno ti faceva schifo mangiare con le mani sporche,
ora non ti fa piu schifo niente.
Una regola base durante l'ora di pranzo è quella di non alzarsi da tavola senza permesso.
Immaginarsi un po' venti o venticinque animali che si alzano e iniziano a girare per tutta la sala con piatti in mano, tirandosi di tutto... dal pane alle ossa del pollo appena mangiato.
Uno zoo al circo, direi.
C'è il momento che iniziano ad insultarti pesantemente l'uno con l'altro,
iniziano ad urlare..
parte del cibo in volo.
E di conseguenza qualcuno si alza e inizia a picchiarsi.
Qualche urlo,
e tutto ritorna come prima.
Finito di magiare,
solito sermone: non si lancia la comida, perhè con il cibo non si gioca. Ecc..
Le solite parole, quasi tutti i giorni.
Lista degli oficis,
preghiera.
Anche il pomeriggio è strutturata in diverse attività: creative, lavorative e sportive.
Si alternano giornate in Patio, con uscita in piscina o paseo al rio.
E il mio lavoro in cosa consiste in tutto questo?
semplicemente organizzare e accompagnarli nelle attività, ascoltarli, parlare, e divertirsi insieme a loro.
Ma anche rimproverarli, e punirli, con altri oficis.
Tutto qui.
Solo sei/sette cose.
E il vero lavoro si perde in sette parole.
sabato 16 gennaio 2010
Santa Cruz de la Sierra
Una Bolivia al di fuori degli stereotipi e della classica immagine tradizionale.
La mia nuova casa,
il mio nuovo cammino,
un nuovo bagaglio pronto per essere riempito.
La mia nuova casa,
il mio nuovo cammino,
un nuovo bagaglio pronto per essere riempito.
Premessa:
dai miei occhi, all’oscuro di tutto quello che sta al di fuori di questa città.
Di tutto un po’.
Lo stato confusionale delle cose,
come la città e come la mia mente nei primi giorni qui,
inebriata da questa nuova realtà.
dai miei occhi, all’oscuro di tutto quello che sta al di fuori di questa città.
Di tutto un po’.
Lo stato confusionale delle cose,
come la città e come la mia mente nei primi giorni qui,
inebriata da questa nuova realtà.
Quando si pensa alla Bolivia nella mente scorrono veloci alcune immagini: lama, tessuti colorati, donne cholita in abito caratteristico, montagne, zampogne, bambini sorridenti che indossano il tipico cappello a bombetta, e ti aspetti una invasione di colori tutta intorno a te.
Ma esiste un’altra parte della Bolivia, completamente al di fuori dei classici stereotipi della regione. Clima tropicale, palme, polvere e vento costante, frutta tropicale, gente “provinciale” e cosmopolita, gente povera, strade orrende con negozi fighi all’occidentale.
Questa è Santa Cruz.
Ma esiste un’altra parte della Bolivia, completamente al di fuori dei classici stereotipi della regione. Clima tropicale, palme, polvere e vento costante, frutta tropicale, gente “provinciale” e cosmopolita, gente povera, strade orrende con negozi fighi all’occidentale.
Questa è Santa Cruz.
La città più importante della Bolivia sotto il profilo economico.
Due righe del passato, per capire il presente.
Fondata nel 1561 da uno spagnolo, Santa Cruz de la Sierra raggiunse la sua prosperità nel corso degli anni ’50 del XIX secolo, quando le sue vie si aprirono ad un fiorente commercio verso est. Nonostante la sua prosperosa attività agricola, rimase per diversi secoli nell’ombra dei giacimenti minerari delle regioni andine.
Al giorno d’oggi è la città più popolosa di tutta la Bolivia, con circa due milioni di abitanti. E’ il centro economico più ricco dell’intera nazione, dove tendenze conservatrici e liberali si incontrano e si scontrano.
E’ molto palpabile il carattere “provinciale” della popolazione, e la richiesta di indipendenza dall’intera nazione si manifesta sempre in ogni sua forma.
Questa è Santa Cruz, l’Altra Bolivia che esiste, e che vive.
La città latina dalle mille sfaccettature occidentali - prime impressioni
Tra le vie della città il traffico è palpabile: ci si trova in mezzo al caos.
I micros – tipici autobus cittadino, scassati e polverosi – sono uno in fila all’altro, e presi dalla frenesia dell’attimo si animano a colpi di clacson .
Il suono ti entra dentro: clacson su clacson. Tutti suonano. Per qualsiasi cosa. Anche quando il semaforo è rosso. E te sei li, magari dentro al micro che ti chiedi ogni secondo che succede intorno a te, come mai il micro corre all’impazzata e improvvisamente inchioda, sbattendo da ogni parte. Guardi dal finestrino, le tue orecchie sono sempre invase dal suono di mille clacson, e ti accorgi che il micro e la macchina accanto a te si vogliono sorpassare a vicenda. Come se fosse una gara. E te stai li, ti guardi intorno e pensi “che fretta c’è, la strada è questa, che bisogno c’è di suonare all’impazzata contro tutti, quando di qui non ti puoi muovere diversamente”.
Già dalla seconda settimana non ci fai più caso, ti è entrato dentro, inizia a far parte di te. Non ti giri più di scatto fuori dal finestrino per vedere che succede, come mai suonano, e non ti meravigli più del SUV che tenta ad ogni costo di sorpassare.
E’ la nuova vita che inizia a scorrerti dentro. Anche da questo.
La città è sviluppata ad anelli - anillos - e all'interno di questi e’ formata da tanti piccoli isolati: tanti quadratini dove negozi si alternano a internet point e “ristorantini” familiari, dove per le strade in fila trovi HUMMER e jeep tutte scassate, Jeep Wrangler all’ultimo grido e carretti trainati dai cavalli.
La città latina dalle mille sfaccettature occidentali - prime impressioni
Tra le vie della città il traffico è palpabile: ci si trova in mezzo al caos.
I micros – tipici autobus cittadino, scassati e polverosi – sono uno in fila all’altro, e presi dalla frenesia dell’attimo si animano a colpi di clacson .
Il suono ti entra dentro: clacson su clacson. Tutti suonano. Per qualsiasi cosa. Anche quando il semaforo è rosso. E te sei li, magari dentro al micro che ti chiedi ogni secondo che succede intorno a te, come mai il micro corre all’impazzata e improvvisamente inchioda, sbattendo da ogni parte. Guardi dal finestrino, le tue orecchie sono sempre invase dal suono di mille clacson, e ti accorgi che il micro e la macchina accanto a te si vogliono sorpassare a vicenda. Come se fosse una gara. E te stai li, ti guardi intorno e pensi “che fretta c’è, la strada è questa, che bisogno c’è di suonare all’impazzata contro tutti, quando di qui non ti puoi muovere diversamente”.
Già dalla seconda settimana non ci fai più caso, ti è entrato dentro, inizia a far parte di te. Non ti giri più di scatto fuori dal finestrino per vedere che succede, come mai suonano, e non ti meravigli più del SUV che tenta ad ogni costo di sorpassare.
E’ la nuova vita che inizia a scorrerti dentro. Anche da questo.
La città è sviluppata ad anelli - anillos - e all'interno di questi e’ formata da tanti piccoli isolati: tanti quadratini dove negozi si alternano a internet point e “ristorantini” familiari, dove per le strade in fila trovi HUMMER e jeep tutte scassate, Jeep Wrangler all’ultimo grido e carretti trainati dai cavalli.
Per non parlare dell’invasione nelle strade di “strane biciclette” con traino a carico: veri e propri banchetti ambulanti di cibo o bibite.
Ogni strada è a senso unico e tiene al massimo il posto per due macchine una accanto all’altra.
E ad ogni incrocio, il caos si fa sempre più sentire.
Ogni strada è a senso unico e tiene al massimo il posto per due macchine una accanto all’altra.
E ad ogni incrocio, il caos si fa sempre più sentire.
Camminando tra una quadra e l’altra puoi trovarti in mezzo al tutto o al niente, subito dietro l’angolo. La sporcizia invade le strade, tutte, anche quelle più lussuose, dove le profumerie all’occidentale si alternano ai negozi di marche costose, con guardie all’entrata. Nonostante l’orario di apertura le porte di questi negozi sono chiuse con diversi giri di chiave: decidono loro chi può entrare e chi no.
Cammini tra le strade guardando le vetrine evitando “strane pozzanghere” e rumenta in mezzo ai marciapiedi; giri l’angolo e tra i piedi ti ritrovi bambini sporchi e affamati vestiti in tipico vestito boliviano/andino che ti vendono qualsiasi oggetto possibile e immaginabile. Oppure ti ritrovi vere e proprie file di madri con bambini a seguito, completamente accampate sui marciapiedi che chiedono l’elemosina.
Qui si può mangiare nei tanti locali all’internazionale, dove si può respirare “aria di casa” e in locali dove invece respiri l’odore di vite: pranzi corposi e speziati, sudore, limonata con veri limoni, spazzatura, ma anche familiarità, musica camba a palla, e il rumore insistente delle pale dei ventilatori sopra alla tua testa.
L’altra cosa che fin da subito mi ha impressionato sono i mercati: indescrivibili con semplici parole. Esistono differenti mercati. Mi piace distinguerli tra mercati veri e mercati carini. Due cose completamente diverse.
Il mercato in generale non è come il solito nostro mercato con le classiche bancarelle tutte in fila, semi-ordinate e pulite: tutto il contrario. Il mercato vero è composto da un accumulo di bancarelle, una incollata all’altra, dove le cose sono tutte ammucchiate. Una vera invasione di cose. Ti giri da tutte le parti ed entri in un vero e proprio stato di confusione. Ti gira la testa da quante cose ci sono intorno a te. E ti senti soffocare: dai forti odori, dal calore dei tendoni e dalle cose stesse. Tra una bancarella e l’altra lo spazio di passaggio è veramente minimo. Due persone al massimo. Cerci l’aria e vuoi scappare fuori, dove le bancarelle finiscono. Ma l’invasione degli odori qui è ancora più forte: e nella tua mente passa l’idea di voler tornare tra il forno dei tendoni anzi che stare in mezzo a quella puzza. Ma non è puzza, è l’odore del mercato.
Il mercato carino invece è un po’ diverso. Sono tanti box uno accanto all’altro dentro un grande capannone, suddivisi per categoria di cose in vendita. Ha l’aria familiare del mercato dell’Esquilino a Roma. Si trova la fila “macelleria” dove tutti box vendono carne, poi trovi la fila “verdura”, la fila “frutta”, quella dei vestiti, quella delle cose per la casa, la fila peluqueria e la fila panetteria.
Cammini tra le strade guardando le vetrine evitando “strane pozzanghere” e rumenta in mezzo ai marciapiedi; giri l’angolo e tra i piedi ti ritrovi bambini sporchi e affamati vestiti in tipico vestito boliviano/andino che ti vendono qualsiasi oggetto possibile e immaginabile. Oppure ti ritrovi vere e proprie file di madri con bambini a seguito, completamente accampate sui marciapiedi che chiedono l’elemosina.
Qui si può mangiare nei tanti locali all’internazionale, dove si può respirare “aria di casa” e in locali dove invece respiri l’odore di vite: pranzi corposi e speziati, sudore, limonata con veri limoni, spazzatura, ma anche familiarità, musica camba a palla, e il rumore insistente delle pale dei ventilatori sopra alla tua testa.
L’altra cosa che fin da subito mi ha impressionato sono i mercati: indescrivibili con semplici parole. Esistono differenti mercati. Mi piace distinguerli tra mercati veri e mercati carini. Due cose completamente diverse.
Il mercato in generale non è come il solito nostro mercato con le classiche bancarelle tutte in fila, semi-ordinate e pulite: tutto il contrario. Il mercato vero è composto da un accumulo di bancarelle, una incollata all’altra, dove le cose sono tutte ammucchiate. Una vera invasione di cose. Ti giri da tutte le parti ed entri in un vero e proprio stato di confusione. Ti gira la testa da quante cose ci sono intorno a te. E ti senti soffocare: dai forti odori, dal calore dei tendoni e dalle cose stesse. Tra una bancarella e l’altra lo spazio di passaggio è veramente minimo. Due persone al massimo. Cerci l’aria e vuoi scappare fuori, dove le bancarelle finiscono. Ma l’invasione degli odori qui è ancora più forte: e nella tua mente passa l’idea di voler tornare tra il forno dei tendoni anzi che stare in mezzo a quella puzza. Ma non è puzza, è l’odore del mercato.
Il mercato carino invece è un po’ diverso. Sono tanti box uno accanto all’altro dentro un grande capannone, suddivisi per categoria di cose in vendita. Ha l’aria familiare del mercato dell’Esquilino a Roma. Si trova la fila “macelleria” dove tutti box vendono carne, poi trovi la fila “verdura”, la fila “frutta”, quella dei vestiti, quella delle cose per la casa, la fila peluqueria e la fila panetteria.
Questo è un po' il mondo qui...la mia nuova casa...come si presenta e come la vivo.
Raccontare tutto è impossibile,
però un accenno alle cose che ti sbattono contro forse è possibile.
Spero di avervi reso partecipe un pochino a questa mia nuova Casa.
però un accenno alle cose che ti sbattono contro forse è possibile.
Spero di avervi reso partecipe un pochino a questa mia nuova Casa.
Per un accenno alla via nuova vita, dovrete aspettare ancora un po’!
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